Invasi dalla plastica

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La notizia è arrivata proprio in questi giorni: Un gruppo di scienziati, durante una spedizione nell’Oceano Artico, ha raccontato di aver trovato grossi frammenti di polistirene tra i ghiacci. Si tratta della prima scoperta di plastica in quest’area, avvenuta a soli 1500 km dal polo nord, in acque prima inaccessibili a causa degli spessi strati di ghiaccio marino. Un concorso di colpa tra il crescente inquinamento e lo scioglimento dei ghiacci, che apre nuovi, inquietanti scendi.

Se è vero infatti che da poco è stata scoperta una seconda, enorme, isola di plastica nel Pacifico, è anche vero che la plastica è ormai arrivata a contaminare le basi della catena alimentare marina. Secondo Legambiente il 96% dei rifiuti galleggianti in mare è composto da plastica (di cui il 16% sono buste) e l’89% della fauna marina rischia di ingerirla: detriti che con il passare del tempo e per effetto del calore diventano frammenti microscopici ed entrano a far parte della catena alimentare dei pesci. Le microplastiche infatti penetrano nel plancton che è alla base dell’intera catena alimentare marina. Un fatto preoccupante perché l’accumulo di sostanze tossiche negli esseri viventi aumenta man mano che si risale la piramide alimentare.

Come abbiamo più volte ripetuto, riciclare non è sufficiente: occorre prima di tutto iniziare a ridurre l’uso di plastica: nella scelta dei prodotti, negli imballaggi

E il nuovo decreto sul “vuoto a rendere” va esattamente in questa strada: mantenere i materiali prodotti in circolazione più a lungo possibile, evitando da un lato la creazione di rifiuti (per quanto differenziati), e dall’altro la necessità di fabbricare nuovi prodotti. E così bottiglie e lattine potranno essere riutilizzate fino a 8 volte, con un vantaggio per il consumatore (che sul vuoto a rendere recupera parte del prezzo d’acquisto) e per l’ambiente.

Un altro esempio che salta subito all’occhio nella vita quotidiana è il packaging di frutta e verdura, di cui spesso sono esempio negativo i prodotti “bio”. Il distributore olandese Eosta ha deciso di eliminarlo così: “tatuando” con il laser l’etichetta del prodotto direttamente sulla buccia. Un’operazione che agisce sui pigmenti, senza intaccare la qualità o la durata del prodotto.

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